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"I Radiohead a Milano"
di Phil M. Maker

Il concerto dei Radiohead all'Arena Civica


Assistere a un concerto dei Radiohead oggi significa presenziare ad un pezzo di storia della musica ancora in fieri, prima che sia sedimentato e irrevocabilmente codificato come tale. E poiché la storia della musica la fanno anche i fans, significa sostanzialmente fare la storia . Non è come spiare il processo di calcificazione dei Rolling Stones o imbattersi nelle improbabili reunion di Who e Led Zeppelin , che pure saranno senza dubbio eventi memorabili ma non possono nascondere il sapore di viaggio nel tempo.

Forse qualcuno avrà sentito dire che la band di Thom Yorke ha suonato a Milano, all'Arena Civica, il 17 e il 18 giugno scorsi. Il 17 diluviava e poi c'era l'Italia che in concomitanza spezzava le reni ai perfidi baguettofagi, dunque qui si parlerà solo della seconda serata.

Va notato subito che il culto del passato è una fede diffusa ad ogni latitudine della musica rock dal vivo e dunque tra l'opener Reckoner, tratta dall'ultimo In rainbows (eseguita in perfetto orario, come ci si aspetta da una band inglese a Milano) e l'arrembante gran finale (conclusosi esattamente 120 minuti dopo) affidato all'anarchia organizzata di Paranoid android, c'è un abisso non solo temporale (dieci anni di carriera in permanente rivoluzione) ma soprattutto d'intensità di boato d'accoglienza. Non che il nuovo album – spina dorsale di entrambe le serate – non suoni già come un classico, benché sia più rivoluzionario nella nota forma di distribuzione ai fedeli che dal punto di vista prettamente musicale, ma al cor non si comanda.

La predilezione dei Radiohead per la propria produzione più recente non ha solo un ovvio significato strategico (promuovere canzoni che devono ancora penetrare per bene nei cuori degli ascoltatori) ma è parte dell'atteggiamento del gruppo nei confronti del proprio passato che – specie se glorioso – quasi li allontana: se è nota l'esclusione storica da ogni scaletta della seminale Creep, a Milano a mancare è stato soprattutto Ok computer, omaggiato con solo un paio di canzoni oltre al citato attesissimo finale, sentito come liberatoria concessione agli affetti più cari. In questo contesto, già l'inopinata esecuzione delle rasoiate di Just – celebre singolo del remoto The bends – aveva scatenato quell'ovazione cristallina che è propria della sorpresa.

Ma l'elemento più interessante scaturisce dall'interpretazione dei brani di Kid A, l'album che incarna meglio di ogni altro lo zeitgeist occidentale a cavallo dei due millenni. Ora, a distanza di anni, appare piuttosto palese; si tratta di un'incarnazione non sociologica e generalista (nel qual caso basterebbe un Asereje qualunque a rappresentare l'irreversibile tramonto dell'occidente) ma profonda, intima e viscerale, tanto da dare l'impressione che possa resistere fino al prossimo scavallamento di millennio.
Eppure, all'epoca dell'uscita, l'opera venne accolta con plausi reverenziali ma poco entusiasmo, anche da fans disorientati dal cambio di rotta dopo Ok computer, che aveva definito una volta per tutto il suono rock degli anni '90. Oggi vedere che quelle canzoni, così ostinatamente non commerciali e prive di qualsivoglia ammiccamento accomodante (in una parola: pure) vengono sentite da una moltitudine come proprie, riconosciute all'istante come pulsazioni personali e addirittura cantate in coro nonostante la loro stessa natura implichi la negazione di ogni adesione idolatrica, è uno spettacolo nello spettacolo. E forse il punto più alto di tutta la serata.

Certo, poi c'era la scenografia a base di tubi illuminati a ritmo di musica – efficace ed ecocompatibile, coerentemente con l'etica anti-consumistica portata avanti dalla band – Thom Yorke che saltella sul palco con passione, smentendo la sua fama di immobile esecutore di liriche glaciali, i vip nascosti abilmente tra la massa (Edward Norton e Brad Pitt, pare), gli scavalcatori di cancelli che beffavano la sicurezza acclamati come eroi, il glorioso ritorno in metropolitane sudate.

Ma tutto questo lo racconteremo ai nipotini, di fronte a una bolsa reunion di copie incartapecorite che non ci aiuteranno certo a spiegare alle generazioni venture chi erano mai questi Radiohead.

(1 luglio 2008)

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