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"Ahi come facevan loro levar le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava nè le terze."
(Inferno: Canto XVII)

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"Al tre"
di Zeromassimo

Un incontro romantico...


Era emozionato, come il giorno del suo primo appuntamento. Giornata estiva quella, ancora fatta di sentimenti acerbi, di incespicature, di incerte labbra umide e fresche, quelle di lei, la più bella della scuola, che si offriva miracolosamente a lui, per pochi secondi, rapita poi dal regno della mitologia.

Pioveva invece adesso, cautamente con insistenza sul tetto dell'auto, quella di rappresentanza.

Un mosaico di rivoli d'acqua si scomponeva e ricomponeva sul vetro, a suggerire l'avvicinarsi di una figura femminile.

Il primo amore di quella figura ancora non identificabile era chiaro, ben presente nella camminata elegante che non tradiva sbavature, pietra miliare della sua vita, riferimento incrollabile, l'inizio a cui tutto doveva tornare, tutti gli amori seguenti sarebbero stati solo tappe di un percorso verso l'origine.

In chat non ne avevano mai parlato, ma una parte di lui lo capì quando per la prima volta i loro sguardi si incontrarono. Da tempo si era cercato di immaginare quel'attimo, chissà perché gli sembrava determinante proprio quel momento, forse perché lì si amplificava il più importante senso che fino ad ora avevano escluso dalla loro relazione, volutamente.

Non aveva prenotato alcuna camera d'albergo, avevano già fatto l'amore tante volte in chat, in un qualche olimpo sulle nuvole, dove gli dei giocavano un brutto tiro al loro destino, parola dopo parola, un tasto dietro l'altro, un piccolo chicco di neve adagio scivolava giù da una crepa di un pendio, impercettibilmente ad ogni sua rivoluzione acquistava dimensione e gravità, quei leggeri candidi fiocchi si aggiungevano ai loro fratelli, si abbracciavano allegramente e non si mollavano più, e il chicco era già diventato una specie di orsetto peloso, che saltellava innocentemente ancora con una certa agilità e gaiezza, ma la massa aumentava inesorabile, un macigno ora rotolava sempre più greve.

Allora per concludere l'epilogo della calamità naturale, dove la testimonianza dei sopravvissuti era indispensabile, occorreva incontrarsi sulla Terra, sempre chiudendosi gli occhi a vicenda, come un antico gioco d'infanzia, la mano di uno sugli occhi dell'altra: ”al tre togliamo le mani”. Era questo il loro complice segreto...”al tre togliamo le mani”, solo quando lo vogliamo noi, nel nostro gioco nessun altro può entrare.

Sottile perversione, azzardo dell'anima. La posta in gioco è la vita, tutta, perché tutto mi offro a te, perché la parola non è innocua, è magia delle più potenti, che ti entra e ti tormenta, ti svuota e ti abbandona come straccio sull'asfalto.

Adesso, mentre l'ombra femminile si ingigantiva proiettata sul vetro, le parole erano mute, anche il rumore della pioggia si fermò, si aprì la portiera e lui vide una Gorgone che lo lasciò pietrificato, la bocca si aprì mostrando una fila di spaventosi denti aguzzi e lo inghiottì, lui ne uscì trasformato nello stesso demone ed inghiottì lei.

Il cielo si oscurò, la fine del mondo era alla porta, dietro quella porta il ritorno all'origine, al primo amore, al respiro affannoso ancora infantile, in un crescendo di intensità e di ritmo. Lei sentiva il proprio petto scoppiare e incontrarsi ad ogni spasmo con quello dell'amato, con sempre più velocità, fino al parossismo, fino a che il respiro non era più possibile, a quel punto dal cielo giunse netto e potente il suono di una tromba, di una intensità mai udita, che certamente giungeva fino a ogni angolo della Terra. Quello squillo costante e incessante, perse via via il riverbero, modificandosi nel timbro, come se adesso invece che arrivare da qualche nuvola o da qualche gola delle montagne, fosse rinchiuso in pareti domestiche, soffocato dalla tappezzeria dei divani, più vicino a noi.

Distingueva adesso lei il loro unisono urlo, risvegliata nelle braccia di lui, il proprio petto contro il suo, nell'ultimo spasmo divino, sul sedile dell'auto.

L'assordante sirena si spense appena la pattuglia li raggiunse. Intermittentemente il lampeggiante blu accecava i loro occhi, un poliziotto si affacciò con un ghigno al finestrino: “documenti prego”.

(5 luglio 2008)

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