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"Ahi come facevan loro levar le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava nè le terze."
(Inferno: Canto XVII)

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il sogno dei tempi - attualita' fuori corso

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"Convention aziendale"
di Iron Heel

La fredda cronaca di una convention aziendale


“Io voglio una gioventù che compia grandi gesta, dominatrice, ardita, terribile. Gioventù deve essere tutto questo. L'animale rapace, libero e dominatore, deve brillare ancora dai suoi occhi. I giovani debbono imparare il senso del dominio. Debbono imparare a vincere nelle prove più difficili la paura della morte.”

Il buon senso suggerirebbe che parole come queste – tratte dall'unico bestseller di un certo Adolf Hitler – possano trovare raro albergo solo in clandestini raduni di neopagani nostalgici del Reich millenario. Non è così; concetti simili sono espressi regolarmente nel corso di riunioni più ufficiali, ma non meno inquietanti: le convention aziendali. La differenza sostanziale è che a fare le veci dell'obsoleta razza ariana c'è di norma la più dinamica Forza Vendita.
Chi scrive ha avuto il privilegio di assistere ad uno di questi oscuri convegni, convintosi ad accettare dalla garanzia che avrebbe goduto di uno status di osservatore esterno.

La cronaca
Il sinistro clangore con cui si chiudono alle mie spalle le pesanti porte dello stanzone elegante deputato ad accoglierci, mi fa presagire che l'immunità di cui pensavo di potermi fregiare è già una mera chimera. Nessuno è esentato dalla partecipazione attiva. È evidente che il concetto di neutralità è considerato una mollezza da Società delle Nazioni , degno solo di untermensch degenerati.

L'addestramento inizia naturalmente con la teoria: un bel video di propaganda aziendale somministrato secondo le modalità (ma con finalità opposte) del Trattamento Ludovico. L'idea è di sapore goebbelsiano: instillare negli astanti la giusta esaltazione esponendoli ad una massiccia dose di vigorose immagini allegoriche. A farsi carico dell'esecuzione non una Leni Riefenstahl , purtroppo, ma solo un montaggio del meglio della più recente produzione cinematografica epico-bellico-superomistica americana.

La metafora portante è quella di un individuo/azienda che cresce impetuosamente raggiungendo infine la propria coraggiosa autoaffermazione all'interno di un mondo ostile e spietato. Inizialmente ci si limita ad una quasi godibile agiografia eroica, ma quando il singolo si fa popolo, nazione, azienda, i toni arrossano nel sangue e il clima si fa cruento, feroce, barbarico. Orde di guerrieri inneggiano, si fronteggiano, cozzano gli uni contro gli altri in guazzabugli animaleschi che prevedono il solo, rigoroso, utilizzo di armi bianche. Perché il rivale commerciale va infilzato, tranciato, affettato, dilaniato, smembrato, squarciato, macellato, decapitato e infine sterminato senza peraltro preoccuparsi di nascondere una certa lussuriosa soddisfazione. Non è un caso che sul logo della convention troneggi una katana. La nobile arma dei samurai ridotta a fregio per piazzisti.

Ma il bello deve ancora venire. Non appena sfumano le ultime note imperiali del video, ecco annunciarsi il vero protagonista della convention: il Motivatore. Colui che si impegnerà a tramutare un branco di smidollati in Eroi. In arte (e anche all'anagrafe, si suppone) Livio Sgarbi. Questo spacciatore di autostima, mercenario dell'entusiasmo, è uno dei più richiesti e pagati professionisti del settore, tanto che ha seguito numerosi vip nel loro percorso di gloria. Sul suo sito si blatera di Programmazione Neuro Linguistica, un'aberrazione che sembra unire felicemente le distopie di Orwell e Huxley, ma il modo più diretto ed efficace per conoscerlo è il video ormai classico della sua partecipazione a Campioni, commentato dalla Gialappa's.

Sgarbi (che supera in tracotanza persino il suo omonimo più celebre) non è solo, ma accompagnato da una guardia scelta composta da giovanetti che sembrano una combinazione francamente orrenda di avanguardisti, boy scout e i ragazzini de Il signore delle mosche . Anche il suo ingresso è preceduto da un video esplicativo-emozionale, ma molto più rozzo tecnicamente e scoperto ideologicamente rispetto a quello ufficiale dell'Azienda visto poco prima.

Il filmato si propone di illustrare – utilizzando materiale di repertorio montato con un piglio epico che tuttavia non riesce a nascondere la patina di didascalismo da scuola media – la storia dell'umanità come un susseguirsi infinito di sfide affrontate e vinte che hanno permesso un' evoluzione senza inciampi verso le proprie magnifiche sorti e progressive.

Favorito da un dinamico meteorite che ha provvidenzialmente destituito i dinosauri, l'uomo inizia a dominare la Terra, dapprima in forma di scimmione, poi in vesti via via più raffinate: antico egizio, antico romano (in un tripudio di omonimi saluti e gladi svettanti), Carlo Magno, Napoleone. Tra le conquiste che hanno contribuito all'elevamento dell'animo umano spicca, nell'era moderna, un elemento che nei consessi civili è normalmente considerato piuttosto come un passo falso: la bomba atomica. Bella, splendente, rigogliosa. Messa alla pari di eventi come la caduta del Muro di Berlino. Non c'è spazio, invece, per alcuna immagine riguardante liberazioni dal nazifascismo.

L'apice del discorso ideologico sgarbiano si raggiunge però nel nuovo millennio: la musica si fa tesa e drammatica mentre sfilano le immagini dell' 11 settembre (le parole del commentatore, lo stesso Sgarbi, sono accorate: è nei momenti di vera crisi che bisogna dare tutto…), seguite da quelle della guerra in Iraq (definita una reazione coraggiosa!) e infine a quelle gloriose nelle intenzioni, ma in verità decisamente grottesche, della cattura e deposizione di Saddam Hussein, ovvero “grandi sogni che non pensavi si potessero realizzare”. Manca purtroppo la successiva impiccagione, come degnissimo epilogo, ma già così la tesi sostenuta è tanto brutalmente ingenua che non troverebbe spazio nemmeno nel più accanito comitato di propaganda bushiano.

Quando Sgarbi inizia a parlare di persona, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un bizzarro incrocio: un po' crooner, un po' agitatore di folle populista, un po' predicatore evangelico americano. Sono presenti anche elementi propri di un sergente dei Marines, ma decisamente temperati dall'aspetto da animatore di villaggio turistico a Sharm. L'uditorio è comunque presto in suo pugno, grazie a pochi concetti ripetuti con affabilità. In particolare, il termine “sfida” è ripetuto con una frequenza tale che - non essendo più giustificabile né dalla pur evidente povertà del bagaglio lessicale dell'oratore, né dall'obbligo alla reiterazione sistematica tipica del pensiero goebbelsiano (“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”) – può far pensare piuttosto a una vera e propria patologia, riconosciuta, in termini medici, come palilalia.

Ma mente si prosegue con il lento disvelamento del programma della giornata, inizia a diffondersi – almeno fra i settori più avvertiti della platea – una certa inquietudine. Sappiamo che non saranno solo chiacchiere e che ci aspettano delle prove fisiche che per il momento restano avvolte nel mistero. La tensione si fa palpabile: è come quella scena di Schindler's List in cui si vedono le deportate trasferite alle docce; prima che scenda l'acqua, liberatoria, ti aspetti il gas e fremi.

 

Con un atto di pietà repentina, l'arcano viene alfine svelato: si tratta di camminare sui carboni ardenti. Una pratica che, in ogni ambito in cui è stata utilizzata (riti d'iniziazione ancestrali, feste di piazza, prodezze da fachiri, baracconate da Giucas Casella e prove di forza per manager rampanti), ha sempre garantito il successo in virtù della sua formula vincente: rischio zero e grande effetto scenografico. Il principio su cui si basa la pirobazia è molto semplice: benché le braci siano effettivamente caldissime (non meno di 600 gradi) il combustibile che le genera ha una bassa conducibilità termica e dunque il calore si trasmette molto lentamente ai piedi. Se non ci si sofferma per troppo tempo sulla superficie dei carboni, si avverte solo un certo teporino e infatti la lunghezza del percorso è ideata tendendo conto del tempo occorrente per concluderlo. Resta l'ostacolo psicologico, però: l'istinto umano, che è rimasto quello di un cacciatore/raccoglitore del Paleolitico , teme il fuoco. Come convincerlo? Se si esponesse con dimostrazioni ed esempi la semplice spiegazione scientifica, ricorrendo al buon senso, si otterrebbe solo scetticismo. La soluzione è un roboante appello agli umori più viscerali, smossi da fascinose suggestioni senza fondamento. Del resto, la vita sulla Terra sarebbe ben noiosa senza linciaggi, partiti di massa razzisti, cartomanti e il mercato dei derivati.

Sgarbi dunque giustifica la sua presenza dipingendo, come tutti i suoi simili, la camminata sui carboni ardenti come un'impresa sovraumana che richiede immane determinazione e un adeguato addestramento che permetta di superare i limiti imposti dalla Natura. L'addestramento in questione è ovviamente il suo corso intensivo, della durata di quattro ore circa, proposto ai poveri astanti che, invece di fuggire, rispondono perlopiù entusiasti.

Il condottiero, sicuro di sé, sprona i suoi accoliti con un sondaggio:

- Chi ha già deciso che farà la camminata?

Una selva di mani scatta sull'attenti imperiosa.

- Chi, invece, ha già deciso che non la farà?

Nel silenzio imbarazzato e timoroso si alzano tre mani, additate con sguardi sprezzanti dal resto della folla. Eccoli, i tre nemici del popolo. Strano che non vengano subito portati via per un'esecuzione sommaria. Ma le foto aziendali verranno certamente ritoccate cancellando i loro volti traditori.

Il paradosso è che la maggioranza silenziosa che ha alzato la mano per prima si sentirà per sempre coraggiosa e fiera di affrontare un rischio inesistente, mentre considererà codardi i dissidenti che si sono esposti apertamente al solo rischio esistente: la disapprovazione altrui.

Appena ricomposti gli animi, è la volta del primo della lunghissima serie di passi previsti dal percorso sgarbiano, che incredibilmente finisce per offrire un'opportunità inaspettata: la fuga. Sgarbi infatti chiede che ciascuno cambi posto, per evitare che gruppi di amici facciano insieme resistenza al terribile processo di riprogammazione che avverrà di lì a poco. Nel marasma globale che ne consegue, un gruppo di indomiti tenta di defilarsi, sfidando l'arcigna sorveglianza delle guardie scelte. Tralasciando per una volta i tristi doveri di cronista, mi unisco agli evasi e dopo inseguimenti mirabolanti e rischi di cattura, esco infine a riveder le stelle, fischiettando soddisfatto il tema de “ La grande fuga ”.

 

La libertà è bella, ma un contentino alla curiosità bisogna pur darlo: con cautela, un paio d'ore dopo l'inizio dell'addestramento, riesco a penetrare nella fortezza per vedere quello che accade. Non resisto più di cinque minuti.

Ormai il condizionamento mentale ha messo radici profonde: tutto il gruppo si muove come un organismo unico. Urlano, piangono, si abbracciano, rispondono agli stimoli del burattinaio all'unisono, con l'entusiasmo cieco proprio degli adepti. Un clima spaventevole che nasconde qualcosa di istruttivo. Perché vedere compiere quelle azioni spropositate a una compagnia di medi borghesi impiegatizi, mediamente razionali e talora persino intelligenti, con i loro mutui da pagare, le acconciature rifinite, l'aperitivo come svago obbligatorio, i figli, la spesa, qualche preghierina e un weekend last minute come unico orizzonte, solo perché gliel'ha suggerito un patetico pelato vestito di giallo, permette dopotutto di comprendere in che modo consimili borghesi abbiano deciso in passato di affidarsi a un consimile pelato vestito di nero, e da dove tutti i totalitarismi abbiano agevolmente pescato i volenterosi carnefici di cui necessitavano.

Spunta anche un documento: si tratta della liberatoria che ciascun partecipante ha dovuto sottoscrivere. Di solito sono scritti burocratici di nessun interesse folcloristico, ma in questo caso l'enfasi epica ha comicamente attecchito anche qui: ad esempio, chi firma ha l'onere di affermare che la partecipazione è stata “espressione di una mia pura libertà”.

Ma se la forma è confusa e magniloquente, quello che fa rabbrividire è il senso: bisogna, tra le altre cose, dichiarare di non aver sofferto di alcun trauma mentale. Questo perché chi ha redatto il testo sa bene che sottoporre a una così forte pressione psicologica una persona, senza il controllo di specialisti e senza conoscere nulla del suo precedente percorso emotivo è pericoloso: non si può essere certi di quello che si va a risvegliare. E dunque tenta di lavarsene le mani attribuendo la responsabilità alla cavia che non ha ammesso di aver subito traumi. Che però sono notoriamente soggetti alla rimozione.

A rendere ancora più evidenti le paure degli estensori, poi, c'è una clausola-capestro: chi firma è addirittura responsabile dei danni provocati alle attrezzature (lui sarebbe pericoloso per le braci e non viceversa!) in quanto quattro ore di lavaggio del cervello “non sono comunque in grado di alterare in alcun modo la capacità di intendere e volere in virtù degli esclusivi sentimenti positivi che il corso è in grado di trasmettere”. E chi lo garantisce? Gli estensori stessi, naturalmente. Valore legale e morale pari a zero. Come beffa finale, la società sgarbiana si riserva pure il privilegio di utilizzare le immagini dei malcapitati “in qualunque modo lo ritenga opportuno”. In pratica è come accettare non solo uno stupro, ma anche che le riprese dello stesso vengano diffuse tra gli appassionati di snuff movies. E pensare che da qualche parte c'è scritto persino “nelle mie piene facoltà mentali”.

Nonostante il sottotesto truce, ridiamo di questa liberatoria, io e gli altri sparuti dissidenti, dall'altro del nostro Aventino. E non appena capiamo, dall'agitazione che trasuda dalla sala riunioni per trasmettersi in tutto l'albergo, che il momento clou delle giornata è iniziato, scendiamo a godercelo.

Ma guardando gli sparuti lapilli che scoppiettano pigramente sotto un plumbeo cielo romano al tramonto capisco finalmente che non c'è niente da ridere. Ma neanche nulla che meriti rispetto, che aspiri alla spiritualità o almeno pretenda di parlare alla parte più nobile della natura umana. Un gruppo di esagitati con i calzoni tirati su corre su un barbecue urlando. Sono esaltati, bellicosi, selvaggi. Se qualcuno mettesse loro in mano un'arma sarebbero disposti ad uccidere chiunque, in nome di qualsiasi cosa. Tutti loro avranno scosso la testa con occidentale indignazione di fronte ai campi di addestramento di fondamentalisti islamici nelle scuole coraniche. E ora li imitano.

L'antico rito iniziatico della camminata poteva essere brutale, ma munito di senso in una società ancestrale. Sradicato dal suo contesto per metterlo al servizio dell'aggressività di chi deve andare a vendere un grigio prodotto commerciale a qualche pizzicagnolo di provincia, è nudo e deformato: un aborto sanguinolento che guarda minaccioso chi non crede. È il capitalismo contemporaneo, che tenta di farsi teocrazia.

(23 novembre 2008)

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