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"Ahi come facevan loro levar le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava nè le terze."
(Inferno: Canto XVII)

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Il Maga(zine) di Luglio

Furio Sandrini-Corvo Rosso: storia di una metamorfosi

Chi ha avuto modo di sbattere il naso sulla buia finestra degli Inesistenti, stordito dall’incalzare delle battute che spietatamente mettono a nudo la virtualità della nostra paradossale esistenza, viene colto dall’irresistibile pulsione d’identificare l’autore di Corvo Rosso, farsi una ragione di come il mondo abbia potuto partorire una mente così raffinatamente sadica, da far impallidire i peggiori aguzzini, perché questi ultimi lavorano nell’anonimato dei sotterranei, Corvo Rosso viene a tormentare proprio te, che ti sei seduto annoiato sul sedile della metropolitana, oppure rilassato sul divano del salotto e incuriosito da un libretto un po’ irriverente, ignaro di quello che ti aspetta.
Alla fine di una lettura breve ma estenuante, hai divorato con crescente voracità i battibecchi che continuano a fare eco tra le pareti delle tue parti più recondite, corri alla quarta di copertina per scoprire finalmente chi è Corvo Rosso, ma trovi solamente una terzina dell’Inferno di Dante, ti domandi allora se una persona che non crede in Dio può credere nell’inferno, ti domandi in cosa crede Corvo Rosso, perché una spiegazione a tanta crudeltà va data. Corvo Rosso deve aver subito qualche tremenda esperienza infantile traumatica, forse è stato abbandonato in modo crudele dal suo primo amore, è stato sottomesso per anni da una moglie leader nel movimento femminista, ha studiato dai Salesiani e adesso odia tutto ciò che odora di chiesa, è uno psichiatra sadico che conosce i punti deboli della nostra mente e li stimola per produrre sofferenze indicibili.
Allora ti butti nella ricerca e lo trovi a Milano, fondatore dell’associazione OSA “laboratorio di comunicazione interpersonale”, ti apre la porta un pacioso e corpulento sessantenne, che ti saluta con un abbraccio e ascolta con totale attenzione tutto quello che hai da raccontargli, scrutandoti con occhi sornioni e dissimulando, sotto la folta barba pepe e sale, un sorriso beffardo.
Poi, quando inizia a parlare, non te ne liberi più, la voce tradisce un leggero accento trevigiano e ti chiedi cosa davano da mangiare ai bambini da quelle parti, dato che proprio un suo conterraneo, Altan, ha la lingua altrettanto tagliente.
Ti racconta che l’associazione culturale OSA, di cui è fondatore e animatore, e che opera nel riconoscimento della qualità della vita come conseguenza della qualità della comunicazione con sé e con gli altri, ha al suo attivo i più diversi interventi in campo artistico e culturale, nel mondo della formazione e della sanità, con particolare attenzione al sociale e all’area no profit. Le sue argomentazioni sono sempre sorprendenti, nel corso di un intervento su: “L’approccio filosofico alle problematiche della comunicazione interpersonale” dice: <<Obiettivo dell’assistente (counselling) filosofico non è la conoscenza dei nostri processi psicologici, per correggerli e/o eliminarli, ma accompagnarci in un percorso di chiarificazione, il più ampio e approfondito possibile, che permetta al problema, oggettivamente posto, d’essere esplicitato in modo sufficiente a dispiegare tutta la sua ricchezza e profondità di significato.>>
Difficile tenere il passo creativo o ancorarmi a uno stabile ormeggio di fronte a questa complessa personalità. Per me, la sua metamorfosi in Corvo Rosso, risulta inquietante quasi come quella kafkiana. Filosofo, oratore, scrittore, regista, designer e originale pensatore, mai pago degli approdi raggiunti, il Nostro attraversa le attività creative con la stessa disinvoltura di un Hokusai del terzo millennio. Nessuno mi toglie il sospetto che tutto questo, in fondo, sia solo un pretesto per indicarci che la vita è attraversamento e cercare di possederla significa fermarla, quindi, averla persa.

Massimo Crucitti (Editore e vittima di Corvo Rosso)

 

Rassegna Stampa


Introduzione alla "Raccolta speciale de gli Inesistenti" dell' Unità - Fulvia Serra
  • Chi è Furio Sandrini? Ma soprattutto chi è Corvo Rosso? L’umano nasce a Treviso nel ’46. Cresce tra la Marca trevigiana e Venezia. Ha respirato l’aria di molti grandi contemporanei che hanno arricchito la mia esperienza professionale nei memorabili anni (per me, certo) del mio Linus, del mio Corto Maltese, del mio Snoppy che ancora mi procurano fitte di vitale nostalgia.

    Corvo Rosso è Furio Sandrini per sua stessa spudorata ammissione. Questo toglie ai critici accreditati una bella castagna dal fuoco. Nella versione "seria" è anche autore di un buon numero di pubblicazioni tra cui mi piace citare la trilogia: "Sisifo sul sofà" (l’arte della fuga-coro e controcanto), dizionario sui generis utile come esercizio ventilatorio per la nostra autonomia critica; "Le necro-logiche" (istantanee di vita non vissuta) inevitabile premessa agli Inesistenti disegnati; "1000 perché" (& qualche risposta) interrogativi dell’infanzia rivisitati senza pietà come un ritorno sul luogo del delitto…E racconti come "Il capitano Akhab", dedicato a Fabrizio De André, inserito anche nella raccolta "0-24 Divieto di Sosta" che contiene un CD. Tutti da leggere dunque?

    Ma torniamo a Corvo Rosso «Come la metti con il tempo libero?» «Me lo porto in ufficio». La sua matita un po’ ruvida, un po’ molle, è sempre sconcertante: come succede ai grilli o ai grulli parlanti. "Perché sposiamo le cause?" "Mancanza d’effetti". Gli Inesistenti sono per forza un po’ grilli e un po’ grulli. Sono i protagonisti, i comprimari, le "spalle", gli oggetti un po’ sfatti del nostro quotidiano fastidio; per questo ci disturbano ma non possiamo non riconoscergli una felicità di bersaglio a tratti molto divertente. Fino a che non siamo noi in qualche modo "centrati". "La vita mi è ostile" "Hai provato a offrirle dei fiori?". Corvo Rosso, stuzzica il luogo comune, lo sbeffeggia, lo mette in mutande e calzini corti, magari neri. Il re è seminudo? Situazione ben più imbarazzante della nudità totale.
Postfazione alla "Raccolta speciale de gli Inesistenti" dell' Unità - Meeten Nasr
  • "Spero si tratti di silenzio assenso" dice il protagonista de gli Inesistenti rivolgendosi a un cactus spinoso dentro un vaso. Il cactus, ovviamente, continua a tacere. Se lo stesso personaggio, senza nome perché inesistente, si informa : "e l’amore come va?", il suo abituale interlocutore risponde: "ho un gatto". L’amore (riservato di solito a chi esiste, anzi per alcuni prova certa di esistenza – arduo da praticare e anche solo da nominare) fa, silenziosamente, flop: è liquidato.
    Quando il protagonista de gli Inesistenti è un uomo e l’interlocutore ha i tacchi a spillo, la capigliatura messa bene in piega e il profilo atzeco "avresti dovuto nascere maschio" punzecchia lui e lei, al volo, "anche tu" e così via per oltre settanta vignette di questi impietosi tascabili, che fin dalla loro comparsa fanno a brandelli il nostro quotidiano tirare a campare.

    Ne escono annichiliti i sacri principi ("siamo tutti nelle mani di Dio" avverte il prete; "se tanto mi dà tanto" obietta il laico), il senso del dovere, l’orgoglio sessuale e anche gli stessi mezzi d’informazione ("non riesco a smettere di fumare" dice uno; "io di guardare la televisione" dice l’altro). Eppure qui non si tratta di critica ironica o anche graffiante alla realtà del nostro tempo.
    L’alienazione della politica e dell’informazione (superfluo citare l’oggettività dei telegiornali durante le guerre del golfo, in Afganistan e in Iraq) ci toglie ogni illusione sull’efficacia di qualsiasi genere di controinformazione.
    Questi volumetti rappresentano piuttosto la presa d’atto dell’incessante usura esercitata dai media a carico del linguaggio che domina giornali, cinematografia e televisioni a cui si aggiungono i neologismi degli sms e il chatting ininterrotto della rete. Tutto ciò, assorbito quotidianamente in dosi da cavallo, ha finito per consumare e addirittura squagliare il senso di ogni comunicazione relativa alla realtà umana, frustrando aspettative e speranze.
    Il risultato sta in ogni singola pagina di questi impropri fumetti che mettono in luce il fatale non-sense del linguaggio ordinario.

    Questo linguaggio, alimentato da tutte le figure retoriche più vistose (metafore, iperboli, ossimori, metonimie, preterizioni, ecc.), può essere facilmente distorto e manipolato sia col silenzio, sia con piccole aggiunte o impercettibili modifiche. Come nelle arti marziali del Giappone, l’energia necessaria per iniziare un discorso intimo o personale rischia di incontrare il vuoto o un interlocutore pronto a deviarlo o a rigettarlo indietro. Chi ci va di mezzo è allora chiunque entri nel quadrato magico delle vignette de gli Inesistenti che sperimenta, col senso d’irrealtà e d’inconsistenza, l’impraticabilità di un’alternativa, la coazione al non-esserci. Chi ci viene incontro in questo buio davvero troppo illuminato pronuncia brevi frasi, rapide battute con un ritmo che, per il lettore, si fa via via più incalzante. Non c’è spazio né tempo per i commenti o le infiorettature dello stile. A quello che dice il protagonista c’è quasi sempre poco da aggiungere, qualcosa da togliere, sempre molto da accogliere con realismo o con sarcasmo. I fatti, le storie, le bellezze del mondo e della vita ci sfuggono qui di mano come le foglie che, avvicinandosi l’autunno, lasciano l’albero sempre più numerose. E ogni pagina, ogni battuta penetra nelle nostre abitudini verbali e sociali a corrodere un pezzo del nostro dire quotidiano. Alla fine sentiamo quasi approssimarsi l’obbligo del silenzio e del vuoto.

    Non aspettiamoci il nichilismo grandioso di un Nietzsche, né il nulla di Heidegger. E’ evocato, semmai, lo sconforto senza rimedio degli hollow men di T.S.Eliot. Pensiamo invece a un piccolo baco che, non visto, s’introduca nella mela delle nostre capacità espressive e da dentro, inarrestabile e invisibile, la corroda e la metabolizzi finché un brutto giorno, paff!, la mela si spiaccica al suolo. Il gioco sarà finito, le aspettative deluse: la carovana passa e il cane abbaia. E ognuno si sentirà un po’ più solo.

    Dal punto di vista della figurazione il protagonista de gli Inesistenti non è certo un Up il sovversivo, né un Corto maltese né Linus. Non ci sono cortei per le strade, né evasioni dalla società affluente su esotiche giunche o sotto qualche taumaturgica coperta. Qui, l’ambiente è buio e luttuoso – o latteo e accecante – perché a dispetto di ogni progresso delle scienze e della cosiddetta civiltà, troppe guerre insanguinano questo desolante scorcio di millennio. Il sottosuolo virtuale diviene allora un degno rifugio, l’icona di un incontrarsi casuale con sé o con l’altro, luogo di vagabondaggio e di messaggi condensati, quando non addirittura cifrati. I personaggi di Corvo Rosso non sono però exempla di sfaticati, drop-out o ribelli. Sono invece metafore di impiegati, piccoli e medio borghesi, consumatori incalliti, figli di buona donna, che frequentano femmine femministe con rabbia, spettatrici del pantano maschilista e consapevoli della loro perdurante condizione di "usa-e–getta". Ogni tanto passa di lì un prelato che, con degnazione, nomina (invano) il suo alto patrono nella speranza di ricondurre, con questa breve, magica parola, le nere pecorelle all’ovile. Fatica sprecata perché il suo linguaggio è troppo asseverativo (Dio c’è!) e incapace di agile dialettica, vuotamente serioso, paradossalmente “oggettivo”. Gli Inesistenti lo cliccano via senza complimenti.
Recensione di "0-24 Divieto di sosta" - Francesca Bettelli
  • Inchiodati alla nostra quotidiana banalità, viene prima la parola o la musica?

    Per "0 – 24 Divieto di sosta" di Furio Sandrini è difficile dirlo. Da un punto di vista cronologico, nasce prima il testo. Ridotto ai minimi termini e ritmato con la velocita’ del nostro tempo. Racconti brevissimi, come paesaggi urbani che scorrono oltre il finestrino, da una sopraelevata.
    Persone sfiorate in metropolitana, sui marcipiedi, nei salotti. Una umanita’ varia chiusa in piccole unita’ che navigano su un mare escrementizio senza interagire o entrare in contatto.

    Furio Sandrini ha adattato i ritmi sincopati del nostro vivere e della nostra musica al racconto breve che già Edgar Allan Poe definiva il tipo di lettura ideale per il fruitore. Manca l’orrore ottocentesco del mistero, ma c’e’ – crudele – la rappresentazione delle nostre quotidiane piccolezze. Le nostre banalità, le cattiverie inconsapevoli, il modo crudele e compiaciuto in cui imponiamo agli altri le terribili foto dell’album di famiglia o di nozze. Francobolli del nostro cattivo gusto. Come gli oggetti nelle vetrine dei nostri salotti.

    Parole veloci. Frasi ritmate. Periodi brevissimi. Il jazz su carta. O, nel CD, il jazz che accompagna la voce narrante. La insegue, la asseconda, la contrasta. Più che la voce la musica segue il significato, il senso del racconto e lo trasforma in note perfettamente coerenti con ciò che Sandrini racconta. La registrazione in presa diretta non toglie nulla al risultato. Anzi, ne fa qualcosa di non sospetto, di non troppo rifinito e patinato e ben si adatta alla durezza della realta’ rappresentata. Che, ci piaccia o meno, è la nostra realtà. Sono i nostri gesti quotidiani, il nostro lavoro divorante, il vampirismo automobilistico del muoversi nel traffico, l’indifferenza per l’altro, la non considerazione per il diverso. I nostri miseri alibi per vite vuote di senso.

    Il tempo è l’unità di misura di questi racconti, della musica e delle nostre vite. L’ansia del non averne abbastanza, la velocità ingorda che inghiotte tutto. Animali ammazzati per strada e rapporti consumati di corsa. Curioso come gli emarginati di questi racconti abbiano ritmi meno concitati.
    Il lavoro di Furio Sandrini condivide con le fiabe la capacità di inchiodarci per sempre ai nostri peggiori comportamenti. Siamo snob, indifferenti, succubi di mode cretine.
    Siamo senza speranza più del barbone del metrò e del tossico della Stazione Centrale, che almeno hanno la sostanza della sofferenza e di un’esistenza ai margini. Noi non abbiamo giustificazioni.

    Quello della commistione dei generi è un esperimento curioso, che stravolge le regole imposte alla creatività nel corso del tempo. Incanalata in arti e generi diversi, la creatività resta tuttavia unica, come dimostra il lavoro di Sandrini. E’ possible usare la parola scritta, la voce umana e la musica per creare un’opera che non è solo testo, solo note o parola cantata. E’ un libro di racconti che si può ascoltare in auto, come se si ascoltasse un romanzo alla radio. E’ un prezioso supporto per non vedenti, in gran misura esclusi dalla fruizione della parola scritta. L’Editore mi conferma che questo piccolo evento, nonostante l’esplicita crudezza del testo, è stato accolto con entusiasmo anche da numerose biblioteche pubbliche, che hanno richiesto "0 – 24 divieto di sosta" e applaudito l’iniziativa, incoraggiando il proseguimento della collana "Memoriafutura", cui questo primo titolo appartiene, che intende proporsi come vera e propria innovazione dell’audiolibro, con colonne sonore create appositamente per interagire da co-protagoniste, unitamente alla lettura, quindi particolarmente adatte a generazioni che sembrano leggere sempre meno la parola stampata e che saranno certamente intrigate, nelle occasioni e nei luoghi più diversi, dall’ascolto "in simultanea" di narrazione e musica, risparmiando la più preziosa moneta del nuovo millennio: il tempo.

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