Ridere e piangere simultaneamente di noi, obiettivo affrontato con arguta efficacia dalla satira, profusa a piene mani, castigat ridendo mores dicevano i latini, nell’originale trasposizione teatrale delle vignette di Corvo Rosso.

Al Modus di Verona il 24 e 25 novembre 2019 per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

 

Brevi riflessioni sulla violenza…

La violenza, in tutte le sue declinazioni e coniugazioni, è  proditoriamente esercitata dalla nostra specie, non di rado per motivi futili, sugli inermi, i bambini, le donne, gli anziani, i disabili, vittime da sempre di conflitti e persecuzioni d’ogni genere. Bersagli cosiddetti ‘ facili’ per chi ne è artefice (spesso con trascorsi di vittima a sua volta) soltanto perché fisicamente, culturalmente e/o economicamente diversi dalla nostra “normalità”. Alla quale i privilegi e le ‘imperdibili’ comodità, indebitamente pretesi di diritto e “in esclusiva” da noi ‘fortunati’, fanno ineludibile riferimento. Resi sempre più indifferenti a chi ne è soltanto vittima, non più desiderata (ovviamente, sempre da noi) nemmeno come tale. Si tratta, qui, dei testi ‘teatralizzati’ di oltre cento ‘impietose’ vignette che, prima d’esordire a teatro, hanno fatto e fanno parte d’una mostra itinerante sul tema della violenza sulle donne. Evento che ha ‘toccato’, con insospettabili picchi di attenzione, non solo il pubblico femminile, di città grandi, piccole e piccolissime del Belpaese. Oltre alla presenza itinerante, in moltissime scuole, di ogni ordine e grado, dell’intero territorio nazionale.

Gli atti violenti, nel gioco infinito delle nostre proiezioni identitarie e di appartenenza, ovvero di specie, di genere, etnico, religioso, culturale, economico, di censo etc, sono il segno auto evidente di irrisolte fragilità e impotenze, individuali e collettive. Sostenute e nutrite dall’ubiquo imperativo: ‘possedere’ per essere. Ragione per la quale “le cose” sono divenute – è il mercato bellezza – di gran lunga più importanti delle persone.

Violenza che si manifesta “in automatico” nei confronti dei diversi (uno dall’altro, lo siamo tutti), in relazione all’idea, individuale, collettiva e ambientale di “normalità”. Espressa e assunta a modello identitario vincente, ovvero dominante, nelle nostre relazioni quotidiane, pubbliche e private.

Combattere con maggiore efficacia la violenza sulle donne, e non soltanto su di loro, necessita, in primis, di liberare, fin dalla primissima infanzia, l’intero sistema educativo e formativo da ogni censura alla libertà immaginativa, essenziale alla creatività. E’ il primo atto censorio che, con la preoccupazione di garantirne la sopravvivenza fisica, commettiamo noi adulti, genitori e docenti, nei confronti dei ‘nostri’ figli. E’ infatti riconoscerli e “proteggerli” come propri (nostri) l’atto che, via via, rischiamo di trasformare in controllo totale preventivo della loro intera vita. Chiudendo il loro orizzonte immaginativo, in egotistica funzione del nostro, ovvero delle nostre convinzioni e paure, spesso ben oltre l’età adolescenziale. I giovani, a qualunque genere appartengano, o desiderino appartenere, finiscono, così, per adottare passivamente, grazie, non ultima, alla pervasiva e distraente onnipresenza dei media, i limiti e le distorsioni socio-culturali e relazionali del mondo adulto. La difesa della libertà immaginativa dei bambini va, pertanto, assunta come premessa essenziale a qualsivoglia altra forma di libertà possa aprirsi davanti a loro. Tranne, va da sé, quella mero frutto di privilegi, obiettivi e traguardi impositivi (sempre di noi adulti). Funzione prima dell’immaginazione dovrebbe essere, infatti, liberarci dalle chiusure strumentali imposteci dai nostri limiti fisici e culturali, storici e/o contingenti, ovvero dalle paure, per lo più indotte, a essi immediatamente collegati.        

                                                             

Corvo Rosso (Furio Sandrini)