La guerra. Quella dei libri di storia, di Napoleone che studiava le strategie delle battaglie. Quella di Hemingway e del ponte da far saltare in aria. Quella dei briganti nascosti nelle grotte e negli anfratti delle montagne della mia terra.lingua-madre-guerra-1

La guerra. Quella di Primo Levi e dell’uomo più bestiale della più crudele idea di bestia che si possa avere. Quella di Annibale e degli elefanti. Quella che, ci viene raccontato, è contrastata da accordi internazionali, organizzazioni internazionali, associazioni di volontariato e iniziative culturali di vario genere.

La guerra. Quella dei telegiornali, di elicotteri, azioni militari e soldati impegnati in missioni di pace. Quella che, dopo un primo click su un motore di ricerca qualsiasi in internet, appare subito come la parte sommersa dell’iceberg superficiale della nostra conoscenza. Ce n’è per tutti i gusti: bombardamenti su civili, mine antiuomo, campi profughi, bambini soldato.

Bambini soldato? Bambini?

Bambini, sì. Secondo l’UNICEF, un bambino soldato è “una persona sotto i 18 anni di età, che fa parte di qualunque forza armata o gruppo armato, regolare o irregolare che sia, a qualsiasi titolo – tra cui i combattenti, i cuochi, facchini, messaggeri e chiunque si accompagni a tali gruppi, diversi dai membri della propria famiglia. La definizione comprende anche le ragazze reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati”.

Sebbene lo Statuto della corte penale internazionale, approvato nel 1998, ponga come “crimine di guerra l’arruolamento di bambini sotto i 15 anni in forze armate nazionali ed il loro utilizzo nella partecipazione attiva alle ostilità in conflitti sia internazionali sia interni”, il fenomeno dei bambini soldato è di una intensità devastante. Ancora l’UNICEF, stima che il numero dei bambini arruolati sia 250.000. Bambini usati in ogni angolo nascosto di mondo devastato dalla guerra per fare da combattenti, da messaggeri, per prestare servizi sessuali, per fare qualunque altra cosa venga ritenuta necessaria ed utile alla guerra. “Sono ideali perché non si lamentano” dice un ufficiale del Chad intervistato da Human Rights Watch “non si aspettano di essere pagati, e se dici loro di uccidere, loro uccidono”.

Continuo ad esplorare l’iceberg sommerso: scopro che oltre un miliardo di bambini vivono in Paesi dove sono in atto conflitti violenti. Per molti di loro non basta l’orrore della guerra, magari il dover vedere i propri cari morire, magari vedere la propria casa e la propria terra progressivamente distrutte dalle armi, no: tanti, troppi di loro vengono rapiti e forzati ad unirsi ai combattenti, perché loro sono versatili, obbedienti, imparano in fretta (anche ad usare le armi), non sanno ribellarsi.

Orrore nell’orrore, alcuni bambini aderiscono ai conflitti come volontari. Rispondono agli inviti fatti, per esempio, via radio, come è avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo, perché desiderano ritrovare l’identità di cui quella stessa guerra li ha privati, o magari perché desiderano vendicare i propri cari che quella stessa guerra ha ucciso davanti ai loro occhi indifesi di bambini.

Non bastasse l’orrore per queste scoperte, trovo conferma per almeno un paio di cose altrettanto devastanti, che fiutavo filtrandole dai telegiornali ma che non avevo mai compiutamente analizzato.

Per quanto sembra sempre che esista almeno un motivo “ideologico” da sbandierare, le guerre scoppiano sempre perché qualcuno è interessato al controllo di risorse economiche presenti sul territorio oggetto del conflitto (petrolio, acqua, diamanti o minerali). Un esempio valga su tutti: in Nigeria, nella zona del delta del Niger, il conflitto nato negli anni Sessanta riguarda le multinazionali del petrolio, il governo nigeriano ed alcune minoranze etniche, tra cui gli Ogoni. La Shell e la Chevron, senza se e senza ma, col supporto del governo nigeriano, sono direttamente responsabili di guerriglie, territori inquinati, agricoltura scomparsa, violenze, fame, povertà, soprusi ed abusi di ogni genere nei confronti di tutta la popolazione nigeriana ed in particolare di alcune minoranze etniche.

Ed ecco la seconda sconvolgente certezza. I soldati non sono che una minima parte degli essere umani coinvolti dalle guerre. Sul sito dell’UNICEF leggo che “dal secondo conflitto mondiale in poi, oltre il 90% dei caduti nelle guerre sono civili, in metà dei casi bambini”.

Chissà cosa scriverebbe Hemingway di un bombardamento su una scuola civile, o su un ospedale. Chissà cosa penserebbe Primo Levi, del nostro essere così bravi a ricordare quel che è successo in passato, con gli occhi completamente chiusi per non vedere che ciò che ci sforziamo di ricordare non ci ha insegnato proprio nulla.

Noi, qui, in questo angolo di mondo, dove ci basta girare una manopola per avere acqua corrente calda, e dove ci basta aprire il frigorifero per trovare cibo in quantità ben oltre quella di cui necessitiamo; noi, qui, a lamentarci del caldo di queste sere estive, non ci rendiamo nemmeno conto di quanto costi, davvero, ogni nostra comodità.

Non ce lo domandiamo nemmeno, ogni volta che accendiamo il motore dell’auto perché piove e proprio non ci va di percorrere quel chilometro a piedi, come sia possibile vivere così comodi.

Siamo totalmente inconsapevoli che il mondo in cui viviamo è regolato prima di tutto da un complesso reticolato di regole economiche, per cui muovere un filo di quella rete in un angolo di mondo comporta che quel filo vibri fino ad un altro angolo remoto, diventando tagliente e pericoloso. Anche azioni semplicissime e apparentemente innocue, come preferire, per pigrizia, un bicchiere di plastica ad uno di vetro, contribuiscono ad alimentare il fiume di violenza che si abbatte sui più deboli ed indifesi, così soli e così lontani dalle nostre case fresche d’estate e calde di inverno, da non intaccare neppure di un soffio le nostre pigre normalità.